L’età dell’oro

FONDAZIONE DEL TEATRO STABILE DI TORINO

L’ETÀ DELL’ORO

di e con Laura Curino
regia Serena Sinigaglia
scene Maria Spazzi
luci Alessandro Verazzi
scelte musicali Sandra Zoccolan
collaborazione drammaturgica Michela Marelli
produzione Teatro Stabile di Torino

 

Laura Curino questa volta racconta la sua infanzia felice nel paese di Valenza Po in Piemonte, negli anni ’50. La sua storia però è quella di una generazione: di chi ha vissuto l’infanzia nell’Italia che cambia, in pieno boom economico, finalmente liberi dall’indigenza e dal lavoro che ha caratterizzato le generazioni precedenti.

L’età dell’oro è quindi l’età dell’infanzia, “dove tutto era gioia e bellezza e non esistevano malvagità e dolori”, ma è anche l’età del boom economico vissuto a Valenza Po, paese di lunga tradizione orafa. Lo spettatore è accompagnato in un viaggio bellissimo indietro nel tempo, nei ricordi di Laura bambina, dalla nascita agli otto anni. È un viaggio ricco di avventure (le corse in bicicletta, i gelati da venti centesimi, le letture soporifere della nonna, i primi giorni di scuola, la prima comunione, il comunismo sempliciotto dell’Italia operaia e contadina che tanto spaventava i patronati) e incontri con svariati personaggi: la famiglia, gli amici, le “fate”, prevalentemente figure femminili… “sono stata allevata in un harem” dice Laura.

L’età dell’oro purtroppo pian piano se ne va, non senza dolore e rimpianto: viene corrotta dalla scuola, e dalle responsabilità del mondo adulto. Le risate non mancano, ma prevale la nostalgia per quel periodo “dorato” della propria vita.

 

Debutto: Torino, Teatro Stabile di Torino, ottobre 2002.

 

NOTE D’AUTRICE

Noi cercatori d’oro siamo gente strana. Pronti a trascorrere ore a setacciare fango e pietre e detriti, pur di separare qualche pagliuzza dai rifiuti.
Noi che abbiamo trovato pepite grosse come patate siamo ormai a posto per tutta la vita e giriamo su limousine bianche e fumiamo sigari cubani.
Noi che su lamine d’oro scriviamo preghiere, con pazienza le appiccichiamo sulle gambe già d’oro del Buddha disteso.
Noi che chiediamo la carità agli angoli delle strade con i nostri bambini scalzi, ci togliamo i denti d’avorio e ce li facciamo mettere d’oro e dentro ci incastriamo diamanti.
Noi che abbiamo amato “el pibe de oro” gli abbiamo visto lo stesso diamante tra i denti.
Noi che abbiamo sepolto tesori lasciamo mappe ancora più segrete ai viventi futuri.
Noi che scappiamo dalle persecuzioni abbiamo monete cucite nelle fodere dei nostri cappotti.
Noi vendiamo Cristo per un sacchetto di monete.
Noi per un pugno di gettoni abbiamo venduto la faccia alla televisione
Noi che costruiamo gioielli abbiamo le mani sporche di nero.
Noi abbiamo oro nero nei nostri condotti e le mani sporche di sangue.
Noi avari abbiamo materassi sonanti.
Noi strozzini abbiamo manganelli pesanti.
Noi uomini dei banchi dei pegni custodiamo ricordi a scadenza, poi vendiamo passato ai ricchi di data recente.
Noi diamo l’oro al maggiore, la guerra ai cadetti e doti di tela alle figlie.
Noi compriamo gli anelli agli sposi.
Noi cuciamo l’oro degli amuleti sotto le maglie ai soldati.
Noi doniamo l’oro alla patria.
Noi ricamiamo pianete con refe d’oro filato.
Noi scrutiamo pianeti, compiliamo trattati segreti, riduciamo in numeri il mondo e lo distilliamo negli alambicchi, cercando l’oro dentro alle trasformazioni.
Noi abbiamo capelli d’oro a l’aura sparsi.

Nell’età dell’oro tutto era gioia e bellezza. Non esistevano malvagità e dolori, latte e vino sgorgavano dalle fontane, le belve erano mansuete, le piante rigogliose davano frutti in ogni stagione. Dato il clima sempre mite e generoso non si soffrivano mai freddo o fame, gli abiti non erano necessari e gli umani, liberi da vincoli e necessità, vivevano in dolce felicità senza che disaccordo, invidia, potere, turbassero mai le loro lunghe e intense giornate, senza che li toccasse mai un attimo di noia, disappunto, sofferenza. Bei tempi, quelli. Come poterli anche solo immaginare? Forse tornando all’infanzia. La mia generazione ha avuto in regalo da quelle precedenti un’infanzia lunga e fortunata perché libera dall’indigenza e dal lavoro che solo fino alla metà del secolo ventesimo toccava ancora molti bambini. Certo anche i bambini hanno le loro lacerazioni, i loro drammi. Ma se torniamo con la memoria all’infanzia saremo d’accordo a dire che alcune assolate e struggenti giornate prima della scuola o durante le vacanze estive hanno qualcosa a che vedere con l’età dell’oro. Se poi quelle estati le abbiamo trascorse in Monferrato, magari a due passi da Valenza, la parola ‘oro’ si carica di materia e concretezza, di vita e relazioni che fondano l’esistenza. Vorrei dedicare a quei giorni e a quei luoghi il mio nuovo monologo facendomi guidare da un’immagine: certe albe, in campagna, quando la voglia di saltare giù dal letto a giocare faceva aprire le finestre che fa ancora tutto buio e nero. Poi, a poco a poco, una luce leggera puliva il mondo fino a far luccicare la terra. Dal nero all’oro.

Contrasto affascinante e importante, che quella terra conosce bene. Come altri tipi di opposizione: salvezza e perdizione. Legami e libertà. Miseria e nobiltà. Per un pugno d’oro si può tradire, un pugno d’oro può fabbricare schiavi, un pugno d’oro ha comprato fughe, ha restituito libertà. Sull’oro sono scritte parole di violenza e sangue, ma anche preghiere, voti, ricordi, promesse d’amore.
Questi contrasti, generati dall’oro, hanno ispirato gli artisti nei secoli, popolato i sogni, nutrito l’economia e la politica, servito la scienza.
Ma, torniamo a quei lunghi indolenti giorni d’estate, in cui i bambini spiano il mondo degli adulti, senza farsi notare: ecco emergere dai ricordi, gli occhi, le mani, le storie di persone immerse in una atmosfera singolare. Un mondo piccolo a sé stante, diverso, anche se perfettamente inserito in quello grande. Un luogo dove orgoglio della propria abilità, cultura dell’eccellenza e solidarietà lottavano in modo discreto e distaccato, quasi con ironia, con l’incalzare della mediocrità, dell’omologazione, dell’indifferenza. ‘A che gioco giochiamo?’ cominciava così la giornata, allora. Giochiamo a far riemergere alcuni frammenti di quell’universo, quelli comuni a tutti (che tutti siamo stati bambini) e quelli che, per la loro singolarità, per analogia o per contrasto, possono farci divertire a giocare anche oggi, con la memoria, con le storie.
Magari giochiamo a sederci un momento a guardare l’alba, la bella terra che da nera diventa d’oro e luccica nell’aria ancora pulita, luccica su acqua incontaminata, luccica su vetri ancora intatti, su tetti ancora integri, umidi di rugiada.

 

Debutto: Torino, Teatro Stabile di Torino – Teatro Gobetti, 22 ottobre 2002.