Passione

ASSOCIAZIONE CULTURALE MUSE
in collaborazione con FONDAZIONE TEATRO STABILE TORINO

PASSIONE

con Laura Curino
di Laura Curino, Roberto Tarasco e Gabriele Vacis
regia di Roberto Tarasco

Passione è pubblicato da Interlinea

Dai condomìni della cintura torinese, dove la rapida immigrazione del dopoguerra mescolava dialetti e abitudini in quella che sarebbe diventata l’Italia di oggi, Passione racconta della scoperta del teatro e del progressivo raffinamento di una vocazione.
Il quadro della vicenda raccontata da Laura Curino e il primo significato di Passione è quello dell’amore per la recitazione nato una sera andando a vedere uno spettacolo; una passione che diventa anche la via di salvezza per la protagonista della catastrofe umana che è l’oggettivo contesto in cui si svolgono gli incontri. I personaggi rievocati con grande abilità bozzettistica sono di una comicità travolgente e malinconica. Immediatamente riconoscibili nella periferia di una qualunque città moderna, raccontano di comunità che non esistono più e di modi di vedere il mondo che, privati del loro contesto, sono pateticamente inadeguati. Ne emerge un quadro nell’insieme affettuoso, che pure ha il pregio di non mascherare sentimentalmente il crollo dell’arcaico italiano nella confusa modernizzazione di cui siamo figli.
Passione è anche il doloroso percorso, attraverso un itinerario delineato con lucidità, dalla comunità alla solitudine, dall’essere come gli altri e tra gli altri, alla scoperta che gli altri non esistono genericamente ma che sono tante persone diverse. La loro follia, i loro sentimenti, le ambizioni di ciascuno costringono progressivamente a scavarsi addosso un’identità che non può più venire scambiata con quella di un altro. È il racconto di una formazione del sé, dello scoprirsi con gli anni consegnati a un destino che si era appena intravisto all’inizio della vita.

Debutto: Poppi, Festival ‘Il teatro e il sacro’, luglio 1993.

NOTE D’AUTRICE:

Ho scritto Passione sulla strada, viaggiando per l’Europa a raccontare storie di casa in casa.
L’unica casa che restava era un Mercedes nove posti, luogo di rifugio, dove erano riposte le cose che non servivano tutti i giorni, dove si potevano trovare quiete e silenzio la casa, appunto.
L’ho “scritto” per gran parte a memoria, ritrovando la nostalgia, nonostante tutto, del luogo da cui ero partita: una città disastrata dove da vent’anni non nascono più bambini, la città dove fui gettata, bambina recalcitrante e inquieta, che spese gran parte dell’infanzia e dell’adolescenza a escogitare piani di fuga.
O forse l’ho pensato perché erano le persone a tornarmi in mente con insistenza, viaggiando? Quelle che fanno di un luogo che non ci appartiene e che giurammo di detestare per sempre, un universo che non possiamo più ignorare: l’intreccio dei loro gesti, la forma dei loro discorsi, l’esistenza solo là di certe parole, nostro malgrado hanno formato una appartenenza.
Certo, sarebbe più bello ricordarsi di aver visto l’Arno ogni giorno scorrere sotto le proprie finestre, o ricordare l’odore del mare appena svegli. Ma non andò così.

Sono tutte donne quelle che compaiono in questa storia. Altre storie potrei raccontare, fatte di bambini, di cantanti, di matti o di osti, o di inventori.
Ma questa volta sono le donne, fide madri sostitute, balie, amanti materne, sorelle maggiori, quelle in cui la maternità non si crea col sangue e si sposa con la passione.
Sono loro che insegnano, anche senza saperlo, la passione alla bambina protagonista del racconto. Maestre nell’arte di far crescere, ognuna in misura diversa, ma anche soltanto portandola per la prima volta, “a teatro” la fanno smettere di perdere tempo ad odiare.
Le insegnano che certo, non si può far a meno di essere nati da qualche parte, ma si nasce proprio per andare dove si vuole, con chi si vuole.
Per dirlo con Calvino:
“L’inferno non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Grazie a Roberto Tarasco, che oltre che regista è stato fonte di incoraggiamento e di idee, ed ha trovato la strada che lega le storie del racconto; a Gabriele Vacis, forse l’ultimo dei bambini nati in questa città senza nome, per aver tessuto spesso le trame di questi personaggi; a Gianluca Favetto per aver scelto fra le parole e avermi restituito i miei appunti appassionati e contorti in grandi pagine chiare scritte a inchiostro.