Adriano Olivetti
il sogno possibile

ASSOCIAZIONE CULTURALE MUSE

ADRIANO Olivetti
il sogno possibile

di Laura Curino e Gabriele Vacis
lettura a cura di Laura Curino
scelte musicali Roberto Tarasco
audio e luci Alessandro Bigatti
organizzazione Federico Negro

Si può essere capitalisti e rivoluzionari?
Può l’industria darsi dei fini che non siano solo i profitti?
Si può proporre la società perfetta che converge verso la città di Dio e intanto incominciare a correggere questa nostra realtà quotidiana, così imperfetta e sottoposta a spinte contrastanti?

Se lo chiedeva quarant’anni fa Adriano Olivetti, capitano di un’azienda allora ai vertici mondiali, manager illuminato sostenitore di un’industria dal volto umano, di un’economia fonte di progresso anche sociale, anche intellettuale.
Racconteremo attraverso la storia di Adriano Olivetti la storia di molti – che oggi per convenzione riuniamo tutti sotto questo nome – che hanno creato una esperienza di lavoro, arte, cultura sociale ed urbanistica unica nel nostro Paese e forse nel mondo.
Molti parteciparono a quel progetto… Furono anni di grande fermento culturale, dove persone diverse e a diversi livelli contribuirono a creare un fenomeno di rilevanza internazionale, che resta ineguagliato per ampiezza di spettro, profondità di elaborazione, successo su entrambi i fronti dell’economia e della comunicazione, o, come si direbbe oggi, dell’immagine.
Parte di quel successo venne dalla felice contaminazione tra mondo dell’economia, tecnologia, filosofia, scienze sociali ed arte.
Ivrea diventò il centro di un laboratorio permanente di sperimentazione osservato da tutto il mondo.
Molte delle energie che mossero quella grande trasformazione sono ancora presenti e vitali, desiderose di essere attivate per una nuova progettualità, ognuna secondo le diverse competenze in uno sforzo di comprensione della realtà attuale.

NOTE D’AUTRICE: LA DIMENTICANZA.
“Quando cominciai a lavorare allo spettacolo ”Olivetti” quel che mi colpiva di più era il sentimento della dimenticanza di Ivrea.
La città svaniva.
Quasi invisibile sulle pagine dei giornali, ad eccezione dei brevi lampi che mandano, spegnendosi, i carboni.
Ivrea esiste ancora? Esistono ancora i suoi desideri?
Lucchetti sbarrano l’accesso a molti luoghi, ormai deserti, dove le collettività civili depositano i propri sogni: teatri, sale da concerto, scuole d’arte, biblioteche, gallerie, caffè, cinematografi, laboratori di ricerca scientifica ed artistica, luoghi di ricreazione e creazione.
Ma anche i corpi sembrano spariti. Edifici chiusi anche loro.
Vennero le piogge. L’alluvione ingoiava anche la terra e la bella linea dei ponti.

La città rimossa.
La dimenticanza.

Eppure era vivido per me il ricordo di quando, bambina, credevo che Ivrea fosse grande come Torino, forse anche di più, tanto se ne parlava.
Era una città, si direbbe oggi, di grande “visibilità”.
E adesso era rimpicciolita, o non c’era più?

Mentre già la prima bozza del mio spettacolo era pronta, e la mostravo a piccoli gruppi di osservatori, di Ivrea si tornava a parlare, in termini di perdita. La crisi dell’azienda Olivetti si radicalizza, fisicamente l’azienda si smembra, altri corpi umani escono da quei cancelli per non entrarvi più.
L’esodo, di pensiero, di sostanze, e di lavoro continua l’opera di erosione, di rimozione.
Mi chiedevo, percorrendo i testi, i giornali, le testimonianze, come è possibile adattarsi ad un cambiamento così greve e riduttivo?
È dunque così facile sfocare, sparire?
Esiste un sentimento della mancanza? Oppure a forza di vedere porte chiuse si dimenticano i giorni in cui erano aperte, si scorda anche che attorno a quelle porte i mattoni formavano edifici colmi di gente?
Se una esperienza si esaurisce o muta, le energie che la muovevano – pila esaurita – cessano?
Non conosco le risposte ma ciò di cui si può essere sicuri è che non esistono risposte individuali possibili.
La coscienza di sé, l’intraprendenza, l’orgoglio e la fantasia di una intera collettività si sono espressi nell’Ivrea dei tempi d’oro e le risposte alla sua “dimenticanza” non possono essere date se non, di nuovo, in termini di relazione. Le persone che dialogano mettendo in campo ognuna le sue specifiche competenze potranno leggere la realtà, dare interpretazioni e creare progettualità. Compito di chi fa cultura è proprio, forse, quello di innescare i processi necessari a questa comunicazione.

Nello scrivere OLIVETTI, semplice storia di persone, ho così pensato ad un testo sulla dimenticanza che spera di essere scintilla di memoria collettiva.”